lunedì 9 novembre 2015

IL DELITTO DEL ROMITO, IL CASO MARCO MANDOLINI

Il maresciallo Marco Mandolini
Questa è la storia di uno strano delitto, che è caratterizzato da lati oscuri che fanno rabbrividire. Questa è la storia di un delitto rimasto in ombra, di un uomo che aveva deciso di mettere la sua carriera al servizio dello Stato.
Era la sera del 13 giugno 1995 quando, lungo la scogliera del Romito, luogo di interesse turistico conosciuto per le sue bellezze naturali, tipiche della costa tirrenica, veniva ritrovato il cadavere di un uomo. A fare la scoperta fu un bambino tedesco in vacanza con la famiglia a Livorno che, sporgendosi da una roccia della scogliera, fece il brutale ritrovamento. Furono immediatamente chiamati gli organi competenti ed al loro arrivo cominciarono
 a rilevare quanto era accaduto. Il corpo era in mezzo ad una vasta pozza di sangue, presentava numerose ferite da taglio e una frattura cranica, causata probabilmente dall'impatto con una grande pietra. Ma di chi era quel corpo? Solo dopo alcune ore si scoprì che quel cadavere così martoriato era di Marco Mandolini. Marco aveva 36 anni era nato a Numana in provincia di Ancona ed era un maresciallo del Battaglione Col Moschin, il più importante reparto dell'esercito Italiano. Era conosciuto per essere un ottimo elemento ed il suo curriculum era di tutto il rispetto: istruttore NATO, incursore paracadutista e addetto alla sicurezza di alcuni alti ufficiali di spicco, come il generale Angioni. Aveva preso parte a missioni estere come la Somalia, dove era stato a capo del gruppo addetto all' incolumità del generale Bruno Loi. Fino a qualche giorno prima era di stanza alla base tedesca di Weingarten come istruttore, poi si recò a Livorno a causa di una licenza per malattia dovuta alla necessità di effettuare alcuni controlli per una presunta epatite. Un elemento quindi, altamente addestrato e preparato per ogni tipo di situazione e di rischio, allora chi uccise Mandolini? Le indagini partirono da subito in tutte le direzioni, eseguite dai carabinieri e dalla magistratura, ma si dimostrarono tortuose come un sentiero di montagna. Quello che successe secondo gli inquirenti quel giorno, era che Marco si recò nei pressi del Romito per prendere il sole giù alla scogliera, parcheggiò la sua mercedes sulla via Aurelia e si incamminò lungo la stradina che porta al mare. Le ipotesi che furono mosse sull'omicidio erano che, chiunque avesse aggredito la vittima fosse dotato della sua stessa forza fisica e della sua stessa preparazione al combattimento corpo a corpo; ciò emerse dai rilievi dell'autopsia, condotta da i periti Bassi e Domenici, i quali affermarono che le coltellate inferte al maresciallo, erano state inferte con notevole forza utilizzando un coltello a lama larga e che quelle ferite alla testa, erano state provocate da una pietra dal peso di circa venticinque chili, quindi questo rafforzò la teoria dell' aggressore dotato di notevole forza.
Ma cosa è realmente successo quella sera del 13 giugno?
Le indagini presero diverse strade, tra cui anche quella omosessuale dato che, quel tratto di scogliera oggi come all'ora, era un punto di ritrovo per gruppi di uomini gay, questa ipotesi successivamente fu scartata in base alle testimonianze di colleghi e amici che, escludevano categoricamente questo genere di frequentazioni da parte di Marco. Un altra teoria che fu presa in considerazione ma poi abbandonata, fu quella che Mandolini potesse essere l'amante della moglie di qualche personaggio influente o quantomeno scomodo. Tra le varie ipotesi se ne fece largo anche un'altra, quella che vedeva il maresciallo così come altri suoi commilitoni, perdere alcuni investimenti fatti con una finanziaria di Alessandria, che dopo qualche tempo fallì, ma come spiega la famiglia Marco, egli era riuscito in qualche modo a recuperare gran parte del denaro perso, quindi non sembrava più essere una situazione a rischio. Un'altra tesi che rende questa morte ancora più misteriosa e intrigata sarebbe quella che, vede il maresciallo custode scomodo di eventi poco chiari, che causarono la morte della giornalista Rai Ilaria Alpi e del suo cameraman Miran Hrovatin avvenuta a Mogadiscio il 20 marzo 1994; infatti sembrava che Mandolini avesse contatti con il maresciallo Vincenzo Li Causi appartenente al Sismi (servizi segreti italiani) il quale avrebbe avuto a sua volta contatti con la giornalista deceduta.
Giravano voci che, Marco facesse parte del Sismi e che, la soluzione del caso andrebbe ricercata nella complessa morsa dei segreti di stato, capace di insabbiare tutto ciò di cui non si deve parlare. Questo omicidio quindi, acquisirebbe sempre di più le sembianze di un ennesimo giallo all'italiana, uno di quei gialli che devono rimanere tali per la comodità di qualcuno.
I componenti della famiglia di Mandolini sarebbero dello stesso avviso, in quanto affermano, che il cadavere che hanno visto durante la fase del riconoscimento e quello ritratto nelle foto dell'omicidio, non sarebbero gli stessi. I congiunti del maresciallo ricordano che, negli ultimi giorni prima del suo omicidio
Marco sembrava essere nervoso e giù di morale, in particolare il fratello racconta di una lettera che pochi giorni prima di essere assassinato doveva inviare al ministero della difesa.
Sono passati ben venti anni da quel 13 giugno 1995 e la famiglia non si è mai arresa all'idea di non scoprire la verità, quella verità che qualcuno o qualcosa di occulto sembra non voglia che salti fuori. Lo dimostrerebbero anche le telefonate anonime a scopo intimidatorio, ricevute in questi anni dai parenti del maresciallo. Perchè minacciare una famiglia che cerca la verità sulla morte del figlio? Forse Marco era a conoscenza di segreti che dovevano restare nel buio?
Mandolini era diventato un personaggio scomodo? Qualcuno ha ingaggiato un sicario con lo stesso livello di preparazione del maresciallo per eliminarlo e poi mettere in scena una aggressione facendo sembrare il tutto un' altra cosa e depistando così le indagini? Magari qualcuno di sua conoscenza, di cui Marco si fidava? Un collega? O forse l'aggressione è stata condotta da più persone? Tra le tante ipotesi, qualcuno ha azzardato il fatto che Mandolini sia stato ucciso altrove e solo successivamente trasportato sul luogo del ritrovamento.
La dinamica del delitto potrebbe far dedurre che, la vittima poteva conoscere il suo aggressore il quale con un appuntamento lo avrebbe attirato nella trappola fatale.
Queste sono le domande che attualmente, a riguardo di questo brutale omicidio tornano ad affiorare alla mente e che cercano di fare luce su una storia che rimane ancora avvolta nel mistero.
Ultimamente, nel 2013 secondo alcune fonti, la procura di Livorno avrebbe riaperto il caso, seguendo la pista del fallimento della finanziaria dove Mandolini aveva investito i suoi soldi, non solo, sembra che gli inquirenti siano in possesso di in probabile campione di DNA lasciato dall'assassino e con tale prova potrebbero fare luce su questo omicidio; intanto da quel 13 giugno 1995 sulla bella scogliera tirrenica del Romito continuano quei pittoreschi tramonti che illuminano di luce rossastra, una lapide commemorativa eretta per ricordare un uomo, un soldato, il maresciallo Marco Mandolini.
La lapide eretta in memoria  sulla scogliera del Romito





venerdì 6 novembre 2015

OMBRE IN VATICANO, IL CASO ALOIS ESTERMANN

Il comandante Alois Estermann
Questa è una storia ricca di ombre, accaduta in un luogo dove non ci aspetteremmo mai, un luogo austero che rappresenta il fulcro della religione cattolica nel mondo e che al suo interno dimora e svolge i propri incarichi il Santo Padre: il Vaticano.
Il 4 maggio 1998 nel salotto di un appartamento della curia del Vaticano, vengono rinvenuti tre cadaveri, le vittime sono: il comandante delle Guardie Svizzere Alois Estermann, la moglie venezuelana Gladys Romero e il vice-caporale Cedric Tornay.
Per chi svolge le indagini e per la Santa Sede si tratterebbe di un omicidio suicidio; il comandante e sua moglie sono stati uccisi da Tornay in uno scatto d'ira,il quale successivamente si sarebbe suicidato sparandosi un colpo in bocca, teoria che nasce dall'autopsia eseguita sul corpo del giovane Cedric che evidenziava effettivamente la fuoriuscita del proiettile dalla parte posteriore del cranio. Tale versione fu confermata pochi giorni dopo in una conferenza stampa, dal portavoce vaticano Joaquin Navarro Valls. Ma perchè? Quale movente avrebbe spinto Tornay ad uccidere il suo comandante e anche la moglie?
Secondo la ricostruzione dei fatti, il vice-caporale avrebbe avuto dei risentimenti nei confronti del comandante, perché si sarebbe visto rifiutare da quest'ultimo una onorificenza chiamata "Benemerenti", che era stata assegnata a gran parte dei suoi colleghi. Questo avrebbe fatto scattare la collera di Cedric il quale avrebbe agito conseguentemente con quel gesto. Siamo sicuri? La versione è questa?
Per trovare risposte proviamo ad approfondire bene i fatti. Inanzi tutto chi era il comandante Estermann?
Alois Estermann era un uomo di 44 anni, impeccabile, molto capace nel suo lavoro, difatti era già noto per il suo coraggioso intervento nell'attentato del 1981 contro il papa Giovanni Paolo II; egli fu uno dei primi a salire sull'auto e coprire il papa già ferito dai colpi di pistola sparati dall'attentatore Alì Agca.
Estermann fu nominato comandante delle guardie Svizzere proprio il giorno prima della sua morte. Si dice che, tra il comandante e il vice-caporale non corresse buon sangue, a causa di un atteggiamento non del tutto conforme al rigido ambiente delle Guardie Svizzere da parte di Tornay. Ma dall'interno delle spesse mura vaticane, arrivano anche altre voci su il comandante, per esempio che fosse omosessuale e che ci sarebbe stato un rapporto particolare tra lui e il vice-caporale oppure, che al contrario ci fosse un triangolo amoroso e perverso tra il comandante, il vice-caporale e la moglie. Si mormora anche che Estermann fosse una spia della Stasi, l'organizzazione di sicurezza e spionaggio della Germania dell'Est. Un altra teoria, sarebbe legata alla presenza in Vaticano di due potenti e ben distinte fazioni: quella della "Opus dei" e quella di origine massonica detta anche "Loggia Vaticana". La "Opus dei" avrebbe avuto interessi a prendere il comando totale della Guardia Svizzera mentre la "Loggia Vaticana" si sarebbe opposta con tutto il potere a contrastare questo progetto. Estermann sembrava che fosse legato alla "Opus dei" e quindi la sua nomina a comandante era vista dagli avversari in modo minaccioso. Ma l'ipotesi che rende questo caso ancora più misterioso ed inquietante, è quella di un presunto coinvolgimento del comandante nel caso di Emanuela Orlandi. Tutte voci di corridoio che si allargano come gli anelli di uno stagno quando ci gettiamo un sasso, oppure esiste un fondo di verità? Cose strane in questa storia che fanno pensare ad alcuni depistaggi ce ne sono. In primo luogo sappiamo, che quando fu avvertita dell'accaduto la madre di Cedric Tornay, la signora Muguette Baudat non fu direttamente il Vaticano a contattarla, ma il parroco del paese di residenza. Quando la madre si recò a Roma presso la Santa Sede per vedere il corpo del figlio, qualcuno delle autorità del clero cercò di distoglierla dal farlo.
Il vice caporale Cedric Tornay
Durante il soggiorno in Vaticano, alla signora Muguette fu consegnata una strana lettera di addio, che fu attribuita al figlio, nella quale spiegava le motivazioni del folle gesto; allora se è una lettera di addio con conseguente spiegazione del gesto, risulterebbe un omicidio premeditato e non un violento scatto d'ira. Questa lettera attirò da subito dei forti dubbi e perplessità. La prima cosa che saltò agli occhi della madre, fu una incongruenza di date, alcune di esse infatti non trovavano riscontro con la cronologia degli eventi, questo secondo la signora Baudet era strano, perchè precisava che il figlio era solito essere rigoroso sulle date. Ma la cosa più strana era che la lettera, fu indirizzata alla signora, usando il cognome del secondo marito che era registrato negli archivi del Vaticano, mentre il figlio Cedric non usava  mai quel cognome. Un altro particolare importante è dato da alcuni tabulati telefonici, che testimonierebbero che al momento dell'omicidio Estermann fosse al telefono con qualcuno. Chi? Se esiste, perché non viene mai menzionato?
Prende vita anche, una credibile teoria che farebbe pensare a un depistaggio, per insabbiare un vera esecuzione eseguita da un killer. Durante lo studio del ritrovamento dei cadaveri e dell'arma del delitto, risultò strano e poco probabile che il corpo del vice-caporale dopo essersi sparato in bocca, potesse cadere sopra la pistola; la versione infatti spiega che Cedric dopo avere ucciso il comandante e la moglie, si sia messo in ginocchio con il capo rivolto in avanti e verso il basso, ponendosi la canna della pistola in bocca ed abbia fatto fuoco. Con questa dinamica, l'impatto del proiettile con le ossa del cranio al momento della morte, avrebbe dovuto far cadere il corpo all'indietro verso la traiettoria del proiettile e non in avanti. Anche il numero di colpi sparati che risulterebbe essere di cinque, non è pienamente convincente, dato che due si trovavano nel corpo del comandante, uno nel cadavere della moglie, uno nel corpo di Tornay e l'altro trovato conficcato sul soffitto. Come è possibile? Potrebbe essere stato il colpo del killer per rendere positivo agli esami del guanto di paraffina la mano del presunto omicida Cedric? Possibile che sparando ben cinque colpi senza silenziatore con una Sig Sauer 9 mm nessuno abbia sentito niente?
Complotto, omicidio, giochi di potere o spie, tante di queste supposizioni sono state avanzate, dando vita a molte domande che forse non troveranno mai una risposta perchè, il caso fu risolto come un omicidio suicidio, nonostante ci siano delle forti incongruenze nella versione dei fatti. Questo delitto quindi, rimane un mistero irrisolto all'interno delle austere ed impenetrabili mura vaticane.





giovedì 5 novembre 2015

IL CASO DI FRANCESCO NARDUCCI

Il dottor  Francesco Narducci
Questa è una storia inquietante, misteriosa, segnata da lati oscuri, legata a sua volta ad un'altra storia ancora più inquietante, quella del mostro di Firenze. Questa è una storia di sette sataniche, minacce e depistaggi, che potrebbe aprire la strada ad una nuova tesi sui delitti del mostro, questa è la storia del caso di Francesco Narducci.
E' il 13 ottobre del 1985, sono passate poche settimane dall'ultimo duplice omicidio di Jean-Michel Kraveichlili e Nadine Mauriot avvenuto a Scopeti, quando viene rinvenuto nel lago Trasimeno un corpo. Quel corpo sembra appartenere al dottor Francesco Narducci. Ma chi è il dottor Francesco Narducci?
Il dottor Francesco Narducci ha trentasei anni è un noto medico e professore universitario e fa parte di una delle famiglie più importanti di Perugia. La sua morte viene catalogata come un caso di annegamento accidentale ed il caso viene chiuso. Un attimo, aspettiamo un attimo, da subito avvengono delle cose strane, la salma viene tumulata con rapidità, senza eseguire una regolare autopsia prevista nel caso di un sospetto annegamento e poi girano voci che il cadavere sarebbe stato visto da un pescatore quattro giorni prima il 9 ottobre. Perchè questa discordanza tra le date? Qualcuno aveva il bisogno o la necessità di nascondere qualcosa?
Il medico era uscito di casa dopo avere ricevuto una telefonata il giorno 8 ottobre, si diresse al lago dove prese la sua barca e dopo di che nessuno lo aveva più visto. Alcune testimonianze dicono che nell'ultimo periodo Narducci fosse nervoso e preoccupato, qualcuno addirittura ipotizzava che fosse spaventato.
Possiamo provare a cercare delle risposte se, analizziamo quello che realmente è accaduto.
Il dott. Narducci, sembrava essere coinvolto nei delitti del mostro di Firenze nel ruolo della presunta mente che si celava dietro l'organizzazione che eseguiva gli omicidi. Come è possibile? Tale supposizione, deriverebbe da alcune intercettazioni telefoniche fatte durante le indagini. Le telefonate, che erano a scopo intimidatorio, venivano effettuate da alcuni personaggi nei confronti di una certa Dora, le quali parlavano di " finire come un certo dottore morto affogato nel lago" e "del delitto del Pacciani" uccisi perchè accusati di aver tradito la setta satanica che si rendeva protagonista di quegli orrendi delitti. Durante le indagini, furono recapitate agli inquirenti delle lettere anonime, che facevano riferimento a Narducci come persona coinvolta negli omicidi. Solo nel 2002 fu riesumata la salma, sulla quale durante l'autopsia, il medico legale riscontrò traccie compatibili con lo strangolamento e residui di sostanze narcotizzanti nei tessuti.
Il mistero diventa ancora più denso, quando venne ipotizzato uno scambio di cadavere al momento del ritrovamento del dottore per depistare le indagini.
In base a questa scoperta e a l'ipotesi di una sostituzione del cadavere, fu avviata dalla Procura della Repubblica di Perugia un inchiesta sulla supposizione che lo scambio del corpo era stato organizzato da una loggia massonica, di cui il padre della vittima faceva parte. Non solo, tale loggia aveva come 'ulteriore compito quello di coprire tutta l'attività che si nascondeva dietro il mostro.
La figura di Francesco Narducci era troppo in vista per essere associata agli ambienti sui quali gravitava lo spettro del mostro, per questo venne ipotizzata tale sostituzione.
Il padre di Francesco, successivamente riportò agli inquirenti, che il figlio si sarebbe suicidato perchè avrebbe scoperto di essere stato colpito da una malattia grave e con poche probabilità di guarire. Un altra ombra sul caso, sarebbe la falsa testimonianza della donna di servizio della casa sul lago Trasimeno della famiglia Narducci, la quale conferendo con gli inquirenti, disse che il dottore prima di uscire di casa, avrebbe lasciato un biglietto di addio, quando invece la famiglia fa riferimento ad una lunga lettera scritta e non ad un semplice biglietto. Ma questa lettera dove si trova? E stata fatta sparire? Se si perchè?
Nel 2005, la parte del caso relativa agli imputati accusati di essere i mandanti dell'omicidio del dottor Narducci fu archiviata dal GIP Marina de Robertis su richiesta del PM Giuliano Mignini per insufficienza di prove.
Nel 2009 invece fu archiviata sempre dal GIP Marina de Robertis e sempre per richiesta del PM Giuliano Mignini, la parte inerente alla morte di Narducci, per insufficienza di prove, abbracciando però con convinzione, la tesi delle indagini della procura di Perugia, le quali stabilivano che Francesco Narducci era stato assassinato e che non era morto annegato, che l'omicidio era avvenuto in un luogo diverso da quello del ritrovamento e che solo successivamente il corpo fu gettato nel lago; infine che il cadavere recuperato il 13 ottobre del 1985 non apparteneva al dottore, versione peraltro confermata da relativa perizia tecnica. Inoltre confermò che il dottore di Perugia era realmente coinvolto nel giro dei delitti del mostro di Firenze.
Il GIP quindi accantonò anche l'ipotesi del suicidio, basandosi sulla perizia medico legale che riscontrò effettivamente lesioni da strangolamento.
Un altra parte del processo, che riguardava i vari depistaggi, da parte di istituzioni e familiari per la sostituzione del corpo, intralcio alle indagini e sottrazione di documenti; il GIP riconobbe la prescrizione.
Altri personaggi arricchiscono di ombre questa storia, come Alfredo Brizioli che all'epoca dei fatti era il miglior amico del medico ritrovato cadavere. Alfredo Brizioli secondo l'accusa, avrebbe minacciato la dottoressa Gabriella Carlesi, affinché stilasse una perizia medico legale falsa, al fine di occultare ogni prova, che riconducesse ad un atto delittuoso. Per quale motivo?
Nel 2010 ci fu un colpo di scena, il giudice per le udienze preliminari Paolo Micheli ribaltò la sentenza sia per le cause della morte del dottor Narducci, sia per il coinvolgimento di alcuni imputati tra familiari e appartenenti alle istituzioni che si resero partecipi dei presunti depistaggi e dell'occultamento del cadavere. Per quanto riguarda la vittima, il GUP era convinto che, non vi fu mai l'omicidio e che Narducci si sarebbe tolto la vita e che non vi fu mai la necessità di sottrarre e scambiare il cadavere, teoria sulla quale si basò il proscioglimento di alcuni imputati.
Non è finita, perché nel marzo 2012 il PM Giuliano Mignini fece ricorso contro la sentenza del GUP Micheli e nel marzo 2013 la Terza Sezione della corte di Cassazione accolse il ricorso, annullando così la sentenza del GUP Micheli.
Questa è una storia che, in qualunque modo sia finita, lascia sempre alcune domande in sospeso e come nella buona tradizione dei fatti del mostro di Firenze lascia un velo enigmatico.

lunedì 2 novembre 2015

I SEGRETI DELLA CRIPTA DI GIAN GASTONE

Questo è un caso riguardante delle casse di legno, contenenti otto corpi di bambini di tenera età, ritrovati al momento della riesumazione della salma dell'ultimo granduca di toscana Gian Gastone de Medici. Il 7 luglio 2004 fu scoperta e successivamente aperta la cripta dell'ultimo granduca, all'interno della quale, gli studiosi trovarono oltre che al sarcofago di Gian Gastone, altre casse di legno estremamente danneggiate dal' alluvione di Firenze del 1966 di piccole dimensioni, contenenti i resti di otto bambini sconosciuti.
Gian Gastone de Medici
Le sepolture sembrarono da subito essere di bambini di stirpe granducale per il motivo che i corpi fino alla fine del 1700 si trovavano sia nella sacrestia vecchia, sia in quella nuova che erano destinate alla sepoltura dei principi. Un'altro indizio che fece pensare alla provenienza dei corpi dalla stirpe granducale fu il corredo funebre delle piccole salme che era composto da oggetti e tessuti pregiati.
Ancora una volta la dinastia de Medici ci regala un altro mistero da risolvere; chi sono quei bambini?
Sappiamo che Gian Gastone non aveva figli e che alcuni corpi di bambini della famiglia mancano all'appello, come ad esempio il corpo del piccolo don Filippino, figlio di Francesco I e Giovanna d'Austria. Per riuscire a dare una identità a questi corpi, bisogna partire dalle fonti storiche in nostro possesso,analizzando bene l'albero genealogico.
Il primo granduca di toscana Cosimo I ebbe come figli: Bia che nacque nel 1536 da una relazione avuta prima del matrimonio e che morì all'età di cinque anni. Con la moglie Eleonora di Toledo invece ebbe undici figli: Maria nata nel 1540, la cui sepoltura ad oggi rimane un mistero, Francesco nel 1541, Isabella nel 1542, Giovanni nel 1543, Lucrezia nel 1545, Pedriccio nel 1546, Garzia nel 1547, Antonio nel 1548, Ferdinando 1549, Anna nel 1553 ed infine Pietro nel 1554. Successivamente con Eleonaro degli Albizi nacque Giovanni nel 1567 e da un'altra donna ancora, di nome Camilla Martelli che divenne la seconda moglie dopo la morte di Eleonora di Toledo, nel 1568 nacque Virginia. Da alcuni documenti storici a nostra disposizione, sappiamo che Cosimo I da Eleonora degli Albizi, prima di Giovanni, ebbe un'altra figlia di cui non conosciamo il nome morta però in fasce:
Cosimo I de Medici
" Nel 1565 troviamo Cosimo perdutamente preso d'affetto e di desideri per la giovanissima Leonora degli Albizi, ardente bizzarra legiera. Ne nacque una femmina, la quale visse intorno all'anno (giugno 1566); poi un maschio (13 maggio 1567) che fu chiamato Don Giovanni e legittimato".
Forse uno dei piccoli corpi della cripta appartiene a questa piccola bambina? Sembra che tutto il mistero ruoti al fissare l'esatto numero dei figli di Cosimo I, numero che da sempre è stato fonte di discordie tra storici e studiosi di araldica medicea. Pieraccini ad esempio smentisce l'esistenza di questa bambina, andando contro allo storico e grande studioso delle cronache de Medici Guglielmo Enrico Saltini, scrivendo su un suo testo:
" ...ma di questa piccola e della relativa gravidanza e parto della madre non è stato dato raccogliere alcuna notizia di conferma e dubitiamo fortemente della esattezza del racconto del Saltini".
Esiste un documento risalente al 1670, che aggiunge al granduca un'altro figlio di nome Fagoro del quale non sappiamo praticamente niente, ma che risulterebbe presente in un gran numero di documenti e come se non bastasse raffigurato in una serie di medaglie con le effigi dei componenti della dinastia, realizzata da Antonio Selvi nel 1740.
Ma altri nomi continuano a venire fuori, tanto che in un testo discutibile del 1600 si legge:
" A di 30 luglio 1530 gli nacque un figlio e gli pose il nome Eurinnaco e si morì fanciullo", se così fosse, sarebbe un'altra identità di un corpo della cripta?
Nel 1710 un autore olandese un certo Wilhelm Jacobi Imhoff, redasse un albero genealogico dove il numero dei figli di Cosimo I sarebbe quindici, aggiungendo anche" tres filiae mortuae in infantia" tre figlie morte in tenerissima età; sarebbero quindi altri tre corpi della cripta?
Un documento conservato presso l'Accademia Colombaria di Firenze, sosterebbe che il numero dei figli di Cosimo sia tredici, però in questo caso non vengono mensionati ne Bia ne Fagoro, mentre i figli Antonio, Pietro e Don Giovanni risulterebbero figli di Eleonora degli Albizi.
Documento originale che attesterebbe  la nascita  di Fagoro

In una di queste casse di legno, al suo interno, sono stati ritrovati i resti di un bambino di circa cinque anni, con ancora indosso il suo vestitino, le scarpine e la coroncina che sembravano in discrete condizioni di conservazione. Questi resti si ipotizza che appartengano a Don Filippino, figlio di Francesco I e Giovanna d'Austria. Ad oggi la discendenza diretta del granduca di toscana rimane in parte nell'ombra e la mancanza di alcune sepolture danno vita a ipotesi e domande, che troveranno una risposta solo in un futuro speriamo non molto lontano, attraverso l'operato della scienza con l'esame del DNA. La scoperta della cripta di Gian Gastone quindi, costituisce un enorme passo in avanti nello studio di questa grande ed enigmatica dinastia.


Resti di Gian Gastone de Medici.



Ramo detto dei Popolani

Ramo detto di Cafaggiolo

domenica 25 ottobre 2015

IL MISTERO DELLA MORTE E DELLA SEPOLTURA DI MARIA DE MEDICI

Questa è una storia antica, che affonda le sue radici nel tempo e che attraversa i secoli fino ai giorni nostri. Questa è la storia della misteriosa morte di una ragazza illustre, di diciassette anni e della sua sepoltura, sulla quale ancora oggi si posa un velo di mistero, rendendola una dei personaggi maggiormente interessanti, appartenuti ad una delle dinastie più importanti e potenti della nostra storia: i Medici.
Maria de Medici
Maria de Medici era la prima figlia di Cosimo I granduca di Toscana e di Eleonora di Toledo, nacque il 3 aprile 1540 e fu battezzata all'Opera di Santa Maria del Fiore come "Maria et Lucretia". Sulla breve vita della principessa sappiamo veramente poco, ma sulla sua morte sappiamo che esistono due differenti versioni che fanno sorgere una domanda: omicidio o morte naturale?
In un documento redatto da Francesco Settimanni si può leggere:
"Addì XIX di Novembre 1557. Circa a ore 8 1/2 di notte la Sig.ra Donna Maria primogenita del Duca morì di veleno statole dato per ordine del Padre e privatamente fù sepolta nella chiesa di San Lorenzo"
Queste righe hanno dato vita all'ipotesi di un omicidio che inevitabilmente, ha fatto calare questa storia in un sorta di leggenda, che rafforzerebbe l'alone di mistero che aleggia intorno a questa dinastia, in particolare su Cosimo I. Il granduca infatti avrebbe fatto uccidere sua figlia con il veleno, perchè avvisato da un informatore di corte, su una sua relazione con un paggio figlio del marchese Jacopo Malatesta; difatti i due erano stati visti più volte abbracciati a scambiarsi effusioni nelle stanze delle damigelle. Cosimo I geloso ed infuriato perchè Maria era stata già promessa ad Alfonso d'Este duca di Ferrara, dette l'ordine di somministrare alla figlia il potente veleno, che le avrebbe dato la morte di lì a qualche giorno. Successivamente avrebbe ordinato anche l'omicidio del paggio, che scomparve in brevissimo tempo.
Il luogo della sepoltura di Maria fu, fin dai tempi più antichi oggetto di studio ed indagini da parte di cronisti e storici. Filippo Baldinucci raccolse notizie sui depositi della basilica di San Lorenzo e si accorse di una strana correzione sul documento del ventiseiesimo deposito, il quale riportava la scritta:
"1557 Sig(no)ra Ma" come se qualcuno avesse modificato la dicitura.
Esistono altre fonti che darebbero per sicura la sepoltura di Maria in San Lorenzo, una fra queste è una pagina del "Libro Nero de' morti" degli ufficiali di Grazia, sulla quale compare una scritta con inchiostro nero indicante:
"Signora Maria fiola  dello ill.mo s.re Duca di Firenze rip.a in San L.zo alli 22"  la sepoltura di Maria il 22 di novembre nella basilica di san Lorenzo."
Altro documento quasi certo, è presente nello "Spoglio dei Morti 1501-1600" dell'archivio di San Lorenzo, il quale riporta la dicitura:
"Ill.ma S. Vegna Maria di Messere Cosimo de Medici Duca di Firenze morì adì 19 di 9bre 1557" e dopo qualche riga successivamente:
" 1557 Vegna Maria del Duca Cosimo la primogenita sep.ta quì".
Fino a questo punto dunque, si direbbe che Maria sia sepolta a Firenze in San Lorenzo, ma allora perchè il mistero della sua sepoltura? La domanda è logica, visto che in San Lorenzo non vi è alcuna sepoltura che fa riferimento alla principessa e che ad oggi nelle cappelle dei Principi è assente una tomba destinata a Maria. Il mistero è qui che entra in scena, perchè esiste un'altra versione della morte e della successiva sepoltura della principessa, suffragata dagli scritti dello storico e profondo conoscitore delle fonti della famiglia Medici Guglielmo Enrico Saltini. Lo storico scrive:
" Intanto la corte in quaresima andossene a Pisa e poi in autunno a Livorno... e fu appunto in questa città, in sul cadere dell'ottobre, che la principessa Maria venne sorpresa da una gravissima infermità di febbri, le quali presto si scopersero petecchiali e senza cadere a rimedio alcuno, prima le tolsero miseramente la conoscenza e infine la spensero a' 19 di novembre 1557". Successivamente in un altro passaggio del suo saggio aggiunse:
" Il duca, la duchessa e i fratelli la piansero amaramente... Cosimo in que' giorni della disgrazia, perduta quasi la sua consueta costanza, non sapendo frenare il cocentissimo affanno, si serrava talora, tutto solo, sopra un terrazzo del castello (in Livorno) sfogando con un lungo e disperato pianto la passione del cuore" e per terminare:
" Non si fecero alla principessa Maria solenni esequie, non comportandolo, secondo il cerimoniale d'allora, la sua giovanile età, ne si recò il suo cadavere alla capitale ( Firenze) per deporlo in San Lorenzo; ma venne privatamente sepolta in Livorno nell'oratorio del Castello.".Per Saltini quindi Maria morì e fu sepolta nella città labronica; un'altro studioso che abbracciò questa tesi fu Gaetano Pieraccini, che nella prima pubblicazione del 1924 della sua grande opera "La stirpe de' Medici di Cafaggiolo"
scrisse in maniera sintetica:
"La Maria venne sepolta a Livorno, nell'oratorio del Castello", ma solo nell'edizione successiva del 1947 egli più dettagliatamente riportava:
"La Maria Medici venne sepolta , nell'oratorio del Castello, che dopo molti anni prese il nome di Chiesa di S. Antonio. Sopra la parete della chiesa si trovava una lapide che ricordava Maria e ne segnava la sepoltura; ma nel bombardamento tedesco del 1944 la Chiesa andò distrutta e si è perduta ogni traccia dell'epigrafe e della tomba". Questo è quello che afferma Pieraccini, però è strano, perchè secondo fonti autorevoli già nel 1935 fu deciso di demolire la chiesa di San Antonio e soltanto nel 1942 iniziarono i lavori di demolizione, poi la guerra finì nel radere al suolo la chiesa. Pieraccini nonostante ciò, sempre più convinto della sua tesi, inviò una lettera al canonico Balzini parroco del duomo di Livorno, dove lo invitava a trovare conferme e così avvalorare la sua teoria. Non ci è dato sapere se il canonico Balzini rispose mai a Pieraccini, ma in un documento datato 1773 il quale faceva riferimento a tutte le sepolture livornesi, non comparve mai nessun riferimento al seppellimento di Maria all'interno di San Antonio, nè tanto meno alla sua lapide, smontando così la tesi di Pieraccini. Contro la teoria del Pieraccini ci furono anche altre ricerche, che si risolsero con il mancato ritrovamento di documentazione inerente alla sepoltura di Maria, il che fa pensare, perchè la sepoltura di un personaggio così importante, qualche traccia dovrebbe averla lasciata. Neanche documenti originali del tempo scritti da Andrea Pagni segretario personale di Cosimo I ci svelano il mistero, infatti in due lettere inviate dal segretario il 15 e il 17 novembre 1557 da Firenze a Pisa al diplomatico Bartolomeo Conticini per sapere le condizioni della ragazza, non viene menzionata la località dove si trova la principessa.
Questa è la storia della morte di una ragazza di diciassette anni, il cui personaggio è legato a doppio filo alla dinastia dei Medici e agli enigmi che l'avvolgono, e noi non possiamo fare altro che domandarci cosa realmente sia successo a questa sfortunata principessa.



giovedì 22 ottobre 2015

ELVIRA ORLANDINI

Elvira Orlandini
Questa è una storia piena di lati oscuri, rimasta nell'ombra, quasi dimenticata, ma a quel tempo ebbe una grande risonanza al tal punto di scuotere l'Italia del dopoguerra, accaduta in un luogo dove non ti aspetti, in un piccolo paese della Toscana, dove tutti si conoscono ed il faticoso lavoro nei campi viene scandito dai rintocchi delle campane della piccola chiesa, che segnano il passare delle ore. Una storia dove piano piano, fanno il loro ingresso personaggi, i quali magari sono stati lasciati un pò in penombra. E' il  5 giugno del 1947, la guerra è da poco finita, si parla ancora delle scorribande del bandito Salvatore Giuliano e a Roma si lavora sulla costituzione italiana, ma nel paese di Toiano è un giorno come tutti gli altri. Sono le due del pomeriggio, i contadini sono nei campi e le donne sono in casa a fare i lavori domestici. Nel paese ci sono i preparativi per la festa del Corpus Domini. Una ragazza di ventidue anni, mora e formosa, considerata la più bella del paese, di nome Elvira Orlandini figlia di Antonio e Rosaria, dopo avere rigovernato, esce di casa con una brocca in mano avvisando la madre che sarebbe andata a prendere l'acqua alla fonte, distante da casa circa cinquecento metri. Lungo il tragitto Elvira incontra una sua amica, Iva Pucci, alla quale chiede se fosse andata con lei a prendere l'acqua, ma Iva le risponde che lei l'acqua ce l'ha già. Elvira salutata la donna continua a camminare verso la fonte e arrivata inizia a riempire la brocca.

Passate circa due ore e non vedendola arrivare, mamma Rosaria impensierita, comincia ad incamminarsi verso la direzione della figlia, chiedendo a chiunque incontra lungo la strada se avevano visto la sua Elvira. Spaventata e con il panico che cresce, Rosaria torna indietro verso casa a chiamare il marito Antonio, il quale allertato dalla moglie lascia il lavoro nel campo ed insieme al cognato Giovanni si precipita verso la fonte.
Arrivati sul posto, i due uomini in particolare Antonio, notano una chiazza di sangue e tracce di trascinamento, che dalla fonte vanno giù verso il fitto bosco, come se qualcuno avesse trascinato qualcosa di pesante spezzando i piccoli rami della boscaglia. La zona si chiama Botro della Lupa ed è caratterizzato proprio da questo fitto bosco che parte dalla fonte e si allarga scendendo verso valle. Antonio si addentra nella boscaglia seguito da Giovanni che rimane a una decina di metri di distanza. Ad un tratto Antonio nota a terra le ciabatte di Elvira, messe in ordine una sopra l'altra accanto alla brocca. Continuando a camminare per circa venti  metri dove il bosco diventa sempre più fitto, scorge quello che gli occhi di un padre non vorrebbero mai vedere; il corpo privo di vita della figlia. Elvira giace su un fianco sopra una grande pozza di sangue che ricopre il sottobosco, con la gola tagliata quasi da un orecchio all'altro.
Antonio pur rendendosi conto che la figlia era morta, la afferra per il busto e la trascina insieme a Giovanni quasi fino alla fonte. Nel frattempo due ragazzi che passano di li in bicicletta, vedono quello che sta succedendo e prestano il loro aiuto. Vengono allertati subito i carabinieri del posto.

Scoccano le cinque, la processione del Corpus Domini termina e tutti cominciano ad incamminarsi verso il luogo del ritrovamento del corpo, anche lo stesso prete, riposto tutto il materiale per la funzione segue la stessa direzione.
Verso le sei, arriva dal comando dei carabinieri di Palaia il maresciallo Leonardi, che da quel momento prende in mano le redini dell'indagine. Da subito il maresciallo ha dei sospetti nei confronti del fidanzato di Elvira, Ugo Ancillotti. Ma chi è Ugo Ancillotti? Ugo Ancillotti è un reduce dalla Germania, ex soldato che finita la guerra, si era messo a fare il contadino. Considerato da tutti un uomo senza grilli per la testa, con un carattere tranquillo, avrebbe dovuto sposare di li a poco Elvira. Ma allora perchè uccidere in quel modo la fidanzata non che futura moglie? Il maresciallo Leonardi comincia a indagare sul rapporto della coppia prima dell'omicidio, avvalendosi oltre che delle prove indiziare di alcune macchie di sangue umano trovate sui suoi pantaloni, l'alibi poco credibile dell'orario dell'omicidio in cui Ugo dice di essere stato a casa a dormire e provato solo da i suoi genitori e quindi non attendibile; anche delle inevitabili voci di paese, le quali si sa arrivano all'orecchio e alla svelta. Si dice che Ugo sia molto geloso e che i due per questo motivo litigassero spesso. Un paio di volte si erano restituiti le loro cose, come se si dovessero lasciare, ma poi tutto tornava come prima. Si dice che Elvira andasse frequentemente da sola ad aiutare il cognato Luigi Giubbolini alla baracca. Si vocifera anche su una presunta discussione per un anello di fidanzamento, comprato da Ancillotti a Pontedera e che non fosse stato di gradimento ad Elvira. Il maresciallo Leonardi è convinto che l'omicidio sia il frutto di una discussione andata oltre le righe e che a sgozzare Elvira sia stato proprio lui, il fidanzato. Dopo appena quattro giorni dall'omicidio Ugo Ancillotti viene arrestato e condotto in carcere in attesa di processo, il quale inizia a marzo del 1948 presso il tribunale di Pisa, seguito da tutta l'Italia divisa tra innocentisti e colpevolisti.

La gente del paese 

Nel frattempo nel paese di Toiano tutti i suoi compaesani sono con lui e lo sostengono con grandi cartelloni scritti a mano situati nella piazza del paese. Si proprio così, in tanti sono convinti dell'innocenza di Ugo, anche perchè elementi in sua difesa ce ne sono e non sono pochi. Partiamo dal ritrovamento delle impronte sul luogo del delitto, che erano più piccole di quelle dell'imputato. La questione delle ciabatte di Elvira, che erano messe a terra in maniera ordinata accanto alla brocca d'acqua, il che fà pensare che la vittima conoscesse l'assassino e che l'avrebbe seguito volontariamente all'interno del bosco. La mattina del 5 giugno, giorno dell'omicidio, Elvira e Ugo erano insieme a messa e dopo lui l'ha riportata a casa verso le 13:30. Come avrebbe fatto in circa un'ora Ugo a lasciare Elvira, andare a casa, mangiare e tornare giù alla fonte per aspettare la vittima? Potrebbe essere veramente l' assassino? Fermiamoci un attimo, c'è da aggiungere una cosa, un particolare che rende questa storia ancora più intrigata e misteriosa. Elvira per aiutare la sua famiglia andava a servizio da alcuni nobili svizzeri, potenti e conosciuti, che avevano una villa a Toiano e dove vi trascorrevano alcuni mesi dell'anno, la famiglia Salt. Il signor Salt aveva un figlio dell'età di Elvira il quale aveva messo gli occhi sulla ragazza e non si era fatto scrupoli a corteggiarla. Di questo figlio non abbiamo notizie, strano? Eppure le voci confermano che le attenzioni e i corteggiamenti c'erano e anche palesi. Girano voci di paese, quelle che arrivano all'orecchio e alla svelta, quelle che magari dicono che è meglio lasciar stare i Salt in particolare il figlio del signor Salt, perchè non si sà mai quello che può succedere a parlare di gente come loro; però qualcuno sà. Qualcuno sà di una lettera anonima recapitata a Ugo Ancilotti la quale lo redarguiva da sposare Elvira perchè era meglio così. Strano? Girava voce che Elvira fosse anche sfruttata dalla sua famiglia e considerata un pò come la sguattera tutto fare.

Il processo nei confronti di Ancillotti continua e viene fatto persino un altro sopralluogo in presenza dello stesso imputato con le manette ai polsi il quale richiama centinaia di persone sul posto.
Dopo alcune udienze, di cui una sospesa per paura dell'incolumità dello stesso imputato, il processo finisce e Ancillotti viene rinviato a giudizio. Il secondo processo invece viene svolto presso la corte d'Assise di Firenze, nel quale il 21 luglio 1949  Ugo Ancilotti viene assolto per insufficienza di prove

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Ugo Ancillotti con la madre dopo l'assoluzione

Oggi di quella brutta, triste e misteriosa storia rimane solo il lontano ricordo. I nostri personaggi sono tutti deceduti, anche Ugo morto di recente a novantuno anni non c'è più. Toiano stesso per qualche strano scherzo del destino è morto, è ridotto ad essere un paese fantasma, quasi come volesse calare il sipario sulla verità. Di questa brutta storia rimane solo la villa della famiglia Salt, che nel corso degli anni ha cambiato proprietari e sembra essere una silenziosa custode del tempo e della verità; e quando capita di osservarla al di fuori del grande cancello ci si domandi che cosa sia veramente successo a quella ragazza di ventidue anni.